Gli adulti hanno pochi problemi: sono animali forti, robusti, abili
e opportunisti nel trovare il cibo e hanno poche predatori naturali.
La vera questione, per questi animali, raggiungere l’età adulta.
I neonati sono oggetto di forte predazione sulle spiagge di deposizione:
cani, volpi, procioni, sciacalli, gabbiani e anche granchi, a seconda
dei paesi e delle località, contribuiscono a ridurre fortemente
il numero dei piccoli che raggiungono l’acqua. Persino le formiche,
in alcune zone, rappresentano una minaccia per i nidi e le uova.
Una volta giunti in mare, poi, i piccoli gruppi di sopravvissuti
sono un facile boccone per i predatori marini. I rischi rimangono
a lungo elevatissimi finchè con la dispersione, le mutate abitudini
di vita, l’indurimento della corazza, e soprattutto, il raggiungimento
di dimensione superiori a quelle dei loro potenziali predatori,
le tartarughe diventano difficilmente attaccabili. Escluse le usuali
difficoltà che riserva la vita allo stato selvatico – malattie,
infezioni, ferite, parassitosi che in un ambiente come quello marino
possono verificarsi con più facilità rispetto a quello terrestre-
da adulte le tartarughe hanno pochi problemi visto che, effettivamente,
i loro unici predatoti sono i grossi squali (e l’uomo). Tutto considerato,
solo 1 su 1000 – e c’è che dice 1 si 10.000 – riesce a raggiungere
l’età adulta. Sembrerebbe un tasso di mortalità altissimo, eppure
le tartarughe hanno vissuto nel nostro mare in perfetto equilibrio
per 200 milioni di anni. Poi però è arrivato l’uomo...
Minacce
• A terra: una presenza invadente

Le tartarughe
trascorrono sulla terraferma due dei momenti più delicati della
loro esistenza: la nascita e, ovviamente per le femmine, la deposizione
delle uova. Negli ultimi anni le spiagge sono diventate, però, terreno
di invasione, campo di conquista di milioni e milioni di turisti
balneari. Così le tartarughe sono spinte a deporre sempre meno e,
quando lo fanno, i loro nidi rischiano di essere calpestati di giorno
dai turisti, ma anche dalle macchine che lavorano per sistemare
la sabbia o dai camion che ne portano di nuova. Ma non è finita.
I piccoli, appena usciti dal guscio, cercano subito l via del mare
guidati dal loro senso dell’orientamento e da riferimenti naturali
che noi conosciamo solo grossolanamente. Purtroppo, però, le spiagge
“abitate” dai turisti sono spesso artificialmente rischiarate dai
lampioni dei lungomare, dalle luci degli alberghi e delle abitazioni
che si trovano subito a ridosso della costa. Queste luci disorientano
i piccoli, confondendoli e anche purtroppo attirandoli lontani dal
mare. Dirigendosi verso le fonti luminose i neonati non arrivano
più all’acqua, si sottopongono a un rischio di predazione sempre
più elevato, muoiono per la disidratazione, oppure schiacciati dalle
automobili che corrono lungo le vicine strade.
• A mare: i problemi della pesca e dell’inquinamento

Una delle principali cause del declino delle popolazioni di tartarughe, oltre alla scomparsa degli habitat idonei alla nidificazione, è la pesca professionale. Ogni anno, nel solo Mediterraneo, migliaia di tartarughe marine restano impigliate nelle reti da pesca, vittime accidentali di attrezzature utilizzate allo scopo di catturare pesci. Questo fenomeno si chiama “by-catch”, cioè la cattura di animali che non sono il vero bersaglio dell’attività in questione. Per una tartaruga rimanere impigliata in una rete significa molto spesso la morte per annegamento o per gravi infezioni alle vie respiratorie a causa dell’ingresso di acqua nei polmoni. Oltre alle reti, esistono altri strumenti con un alto tasso di “by-catch” come il palamito (o palangrese), un filo di nylon lunghissimo (anche 20 Km) al quale sono annodate a intervalli regolari varie lenze che portano all’estremità un amo “innescato”. Sono molto pericolose: racconti di pescatori sportivi in Adriatico parlano anche di 10 o più tartarughe “allamate” (cioè prese all’amo) da un palamito nella stessa pescata. Nel migliore dei c?asi esse torneranno in mare ferite, oppure con un amo conficcato in bocca, in gola o nello stomaco. Più del 20% moriranno.
Uno degli incidenti più drammatici che può capitare a questi animali, inoltre, è essere investito da un’imbarcazione che viaggia a forte velocità, o peggio ancora dalla sua elica. L’impatto ha sempre conseguenze devastanti. Le poche tartarughe che non muoiono sul colpo non hanno grandi prospettive di salvezza: le ferite provocate sono in genere profonde, estese, deturpanti e la loro cicatrizzazione è difficilissima, soprattutto se interessano il carapace o il piastrone che, essendo costituiti anche da tessuti ossei, hanno più difficoltà a rigenerarsi. La guarigione di grandi ferite di questo tipo è quasi impossibile senza un intervento di cura esterno ed è ulteriormente complicato dall’acqua che può facilitare l’ingresso di agenti patogeni e l’insorgenza di infezioni locali.
Un altro problema è rappresentato dall’inquinamento, sia da rifiuti macroscopici che chimico. Nel primo caso il pericolo per le tartarughe sta nell’ingestione di oggetti, principalmente di plastica e gomma,scambiati per prede abituali come meduse e pesci. Una volta ingeriti possono bloccarsi nell’esofago o nell’intestino e portare alla morte a causa del ridotto assorbimento di cibo o per emorragia e infezioni. I materiali più “attraenti” sembrano essere frammenti di plastica galleggianti più simili alle meduse - trasparenti o traslucidi e biancastri – ma anche di color argento, come fogli di alluminio, che vengono scambiati per pesci. Nello stomaco di Caretta caretta, inoltre, a causa del suo opportunismo alimentare, si è trovato veramente di tutto!
L’inquinamento chimici è più occulto, ma non meno letale. È costituito da composti chimici come i cosiddetti metalli pesanti – mercurio, cadmio, piombo – che vengono assorbiti generalmente attraverso il cibo e accumulati in particolare in organi e tessuti. Oltre un certa soglia queste sostanze possono risultare tossiche. Un’altra categoria di contaminanti ?sono gli organoclorurati, derivati di pesticidi e insetticidi che si accumulano nell’ambiente e nei tessuti degli organismi.
Questo è, quindi, il triste elenco delle minacce per le tartarughe marine: ecco cosa deve affrontare chi ha a cuore la conservazione di questi antichi rettili marini e del loro ambiente. Fortunatamente però, l’uomo ha incominciato a rendersi conto della situazione e a darsi da fare. In tutto il mondo sono in corso progetti per conservare specie e ambienti in pericolo, tartarughe marine incluse. Naturalmente si può fare ancora di più e meglio.
Le “armi” che abbiamo a disposizione per combattere questa specifica guerra sono:
le attività di ricerca
le attività di salvaguardia sugli individui e sulle popolazioni
l’istituzione di nuove leggi
le azioni di sensibilizzazione
la tutela del territorio
che tutte insieme costituiscono gli strumenti della conservazione.